lunedì 10 agosto 2009

Il G8, i titoli tossici e le tossicodipendenze di Usa e Cina


di Maurizio d'Orlando

La finanza americana è “drogata” per l’immissione di una valanga di dollari da parte della Federal Reserve. L’economia cinese è “drogata” dalla sottovalutazione dello yuan. Entrambe le scelte sono pagate dalla popolazione Usa e cinese e hanno provocato gli squilibri di oggi. La strada al cambiamento è una maggiore responsabilità, dando “valenza etica” alle soluzioni economiche e tecniche. Come chiede il papa ai grandi del G8.
Milano (AsiaNews) - Da circa un anno e mezzo si parla della necessità di depurare i bilanci delle grandi banche commerciali e d’investimento dei cosiddetti titoli “tossici”. Liberare la finanza e l’economia mondiale da ogni forma di “tossicodipendenza” potrebbe essere un modo di attuare quanto chiesto dal Papa in una lettera inviata al presidente del Consiglio Berlusconi in occasione del vertice economico del G8: dare “valenza etica” alle soluzioni tecniche.
Il “metadone” della Federal Reserve
Finanza e ed economia mondiale sono drogate in diverse forme. Secondo Mark Pittman e Bob Ivry dell’agenzia Bloomberg il totale dell’impegno (pluriennale) nei vari programmi di salvataggio del settore bancario e finanziario americano è stato, a livello federale Usa, di 12.800 miliardi di dollari[1]. Cinque mesi fa i due giornalisti scrivevano che questo è poco meno del valore dell’intero Prodotto Interno Lordo (PIL) americano; circa 42.100 dollari Usa per ogni americano, uomo, donna o bambino; 14 volte il valore dei dollari in circolazione. Ad un costo spropositato per la nazione americana, è stata sottratta “eroina” ed è stato fornito in cambio “metadone”. Fuor di metafora tramite i vari programmi di sostegno sono stati forniti prestiti della Fed – il “metadone” – in cambio di obbligazioni prive quasi di valore o fortemente deprezzate – i “titoli tossici”.
Nel caso della finanza il “metadone” allevia solo l’emergenza – per i dirigenti di banche e finanziarie, ovviamente – ma non è curativo. Il ciclo economico statunitense non fornisce prognosi favorevoli per nessuno: il dollaro è (ancora) la principale valuta di riserva e la sua salute e quella dell’economia del pianeta sono strettamente correlate. Nonostante lo stimolo economico dei programmi del governo Obama, continua infatti il forte rallentamento dell’economia americana (- 5,5 % nel primo trimestre), segnalato anche dall’incremento del numero dei disoccupati (9,5 % della forza lavoro sulla base dei dati ufficiali, molto peggio di quanto promesso dal piano del presidente americano). Inoltre il calo dei prezzi del settore immobiliare Usa fa temere per i prossimi mesi una nuova ondata di insolvenze non più solo per i prestiti cosiddetti “subprime” (i mutui ad alto rischio), ma anche per quelli considerati più sicuri.
Le ricette di “sinistra”, keynesiane, non funzionano come non potrebbero funzionare quelle di “destra”, ad AsiaNews ne abbiamo già parlato[2]. Continuare perciò a fornire al sistema dosi sempre più massicce di finanza – “eroina” o anche solo “metadone” – non serve. Al contrario è una strada che si presta solo a coprire le responsabilità di banche d’affari ed istituti di credito, di banche centrali ed organismi finanziari internazionali, Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), Banca Mondiale (BM), Fondo Monetario Internazionale (FMI), Forum per la Stabilità Finanziaria (FSF), oltre che degli economisti accademici di scuole apparentemente diverse. Persistere con tale genere di “soluzioni” garantisce alla gente comune solo sofferenze sempre maggiori. Scredita anche la democrazia e le sue istituzioni – e non è un rischio da poco, perché in tal modo l’opinione pubblica smette di riporvi fiducia e prende a considerarne gli ordinamenti come meri strumenti del potere finanziario[3].
Lo statalismo confuciano
Se ci si limitasse ad evidenziare solo questa forma di “tossicodipendenza”, avremmo sfornato unicamente una requisitoria di un genere anti-sistema abbastanza alla moda di questi tempi, per evidenti ragioni. Molti perciò potrebbero mettersi in cattedra e puntare l’indice contro i banchieri, contro l’America ed i paesi occidentali. Non mancano certo, infatti, anzi sono tanti, quelli che desiderano rispolverare lo statalismo in una delle sue tante forme, quello di matrice confuciano - scintoista, quello islamista, ma anche quello post-sovietico para-comunista, quello terzomondista dei caudillos - oggi di colore principalmente bolivarista tendente al rosso-, per finire con quello di certe dittature africane rimaste all’ideologia anticolonialista di 50 anni fa. Ogni caso è un po’ a sé stante perché se il capitalismo è cosmopolita – il denaro, come l’oro, tendenzialmente non ha Patria – lo statalismo, invece, di patrie, da sfruttare con formule specifiche, ne ha tante e diverse. Una delle caratteristiche, ad ogni modo abbastanza comune dello statalismo contemporaneo ed in particolare di quello di matrice confuciano - scintoista è il mercantilismo, in altri termini la tesaurizzazione delle eccedenze valutarie derivate dall’interscambio estero. È il caso di molti paesi asiatici ed in particolare di Giappone e Cina. Per esigenze di concretezza e di riferimento, per la rilevanza del caso, ed anche perché ad AsiaNews ne abbiamo spesso scritto[4], faremo riferimento proprio alla Cina.
Lo scorso 1° luglio la BM ha pubblicato i dati statistici aggiornati al 31/12/2008[5]. In base a questi recentissimi dati, il PIL cinese in dollari correnti a fine 2008 è stato pari a 4.879 miliardi di dollari, mentre il totale del PIL mondiale è stato di 57.412 miliardi di dollari. Pertanto il PIL cinese in dollari correnti è stato pari all’8,50 % del PIL mondiale. Viceversa il Pil cinese a Parità di Potere d’Acquisto (PPA) è stato pari a 7.903 miliardi di dollari e quello mondiale 69.697 miliardi di dollari. Se ne deriva che il Pil cinese a PPA è stato l’11,34% del PIL mondiale su stessa base (PPA)[6]. Se ne deduce, quindi, che il tasso di cambio attuale, 1dolaro Usa = 6,833 Yuan RMB, è ancora fortemente sottovalutato, ed è pari solo al 74,95 % di quello teorico ricavabile in base al criterio della PPA. In altri termini lo yuan dovrebbe rivalutarsi del 33,43%, salendo a 1 dollaro Usa = 5,121 Yuan RMB.
La sottovalutazione del cambio della valuta cinese è diminuita rispetto ai dati deducibili da quanto pubblicato dalla BM dodici mesi fa. Con tutto quello che è successo nel 2008 questo raggiustamento non dovrebbe certo meravigliare. La conseguenza è che il flusso delle esportazioni cinesi è sì calato drasticamente, ma le eccedenze valutarie derivate dall’interscambio commerciale anche nel 2008 hanno continuato ad accumularsi. Anche questa dipendenza della crescita cinese dal mantenimento di un’elevata eccedenza delle esportazioni rispetto alle importazioni, con conseguente compressione selvaggia dei consumi interni è una “tossicodipendenza” ed è speculare a quella dell’emissione incontrollata di attivi in dollari da parte della Federal Reserve. Tuttavia dobbiamo constatare che lo yuan cinese è costantemente e fortemente sottovalutato da non poco, dal 1° gennaio 1994 – e questo tasso di cambio artificiale era già stato una delle maggiori cause della crisi asiatica del 1998.
Viene spontaneo osservare che non si sarebbe dovuto permettere che si accumulassero per tanto tempo le tensioni latenti in Cina (e nel mondo) a causa di una crescita economica turbinosa trainata dalle esportazioni. Potrebbe sembrare, però, la facile “saggezza del senno di poi”. Viceversa è da quasi cinque anni che ad AsiaNews andiamo proponendo, inascoltati, tali considerazioni. Ancora all’inizio di gennaio di quest’anno avevamo scritto che era prevedibilmente in arrivo “un violento e pericoloso riequilibrio del sistema degli scambi internazionali”, dato che non si osservava alcuna correzione di rotta. Ora che l’inversione di tendenza parrebbe essere in corso, tale cambiamento del modello di sviluppo (se davvero la dirigenza cinese ha intrapreso tale cammino e non ne siamo sicuri) potrebbe essere troppo timido e forse arrivare un po’ troppo tardi. Ci auguriamo, ovviamente, che non sia così.
I pericoli e le soluzioni
Quanto possa essere pericoloso intraprendere solo ora tale processo di riequilibrio lo leggiamo nelle cronache di questi giorni[7]. Un tossicodipendente in crisi d’astinenza può costituire un grave pericolo. Non sappiamo perciò come definire due tossicodipendenti – è questo che quasi sono Usa e Cina - entrambi con disponibilità di armi nucleari.
Abbiamo detto spesso che la globalizzazione si è sviluppata su un modello economico squilibrato. Finora essa aveva potuto reggersi proprio sul controllo dell’emissione monetaria e su un protezionismo fatto di barriere doganali non tariffarie. Adesso questo equilibrio iniquo e squilibrato non regge più. Allo stesso modo non serve invocare maggiori e più severe regole, maggiore e più rapida globalizzazione o rincorrere maggiore e più “perfetta” uguaglianza, uniformità ed omologazione: è quanto ci ha precipitati in questa crisi, non ce ne trarrà fuori.
Occorre invece ed in primo luogo maggiore responsabilità individuale e di gruppo, famiglia città e nazione, maggiore coesione all’interno del gruppo identitario, più fiducia reciproca, più flessibilità, più abnegazione e disponibilità ad impegnarsi per uno scopo e più creatività.
Se però chi ha provocato questa crisi, le attuali oligarchie finanziarie e politiche della gran parte del mondo, non ne paga il prezzo, ben poco di quanto elaborato dalla modernità e post-modernità negli ultimi tre quattro secoli rimarrà in piedi: forse qualcuno non l’ha ancora capito, ma questa non è una crisi come altre del passato, è una di quelle che si sviluppano ogni trecento quattrocento anni, perlomeno.

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