giovedì 12 giugno 2008

Dove finisce il denaro della FAO ?



Dalle brioches di Maria Antonietta alla mousse di scampi della FAO



Ma che stà a Fao! L'espressione romanesca, modulata sull'acronimo dell'organizzazione contro la fame nel mondo, rende meglio di un report ufficiale e la dice lunga sul tasso di fiducia che il Food and Agricolture Organization suscita - non da ora - nel sentire comune.

Parere confortato, si fa per dire, dall'esito del recente vertice romano, al termine del quale l'unica decisione assunta è stata - more solito - non decidere. Gli è che tra i mille difetti del cosiddetto "popolo bue", quelli alla vista ed all'intelletto sono un po' meno gravi di quanto certuni auspicherebbero.

Non potevano quindi sfuggire alla gente le distensive 'vasche' dei delegati pelle d'ebano, che dopo un rilassante pernottamento tra i damaschi di una mega-suite all'Hassler o al Regina Baglioni, sciamano lungo via Condotti e via Frattina, shopping bag di Hermes, Gucci e Bulgari ben salde tra le mani, per poi affrontare il problema della (loro) fame con un incursione al Caffé Greco o da Doney, una capatina da George's o al Bolognese.

E via coi polipetti in guazzetto, olivette in bottarga, involtini di rombo con punte d'asparagi, mousse di gamberetti; il tutto innaffiato da bianco Poggio Calvelli e nero D'Avola del 2005, Cabernet Altavilla della Corte ed altri prestigiosi cru. Non vorrete mica, diamine, che chi è stato investito dell'alto ufficio di risolvere il problema della fame nel mondo non sia posto in condizioni di operare con la lucidità che solo uno stomaco ben pasciuto può dare...

Un primo risultato, infatti, è già stato raggiunto: i vertici Fao hanno diramato un prezioso suggerimento invitando i poveri del mondo a sfamarsi con gli insetti. Magari il gusto non sarà proprio uguale ad una spigola in salsa di rughetta, ma l'apporto proteico, assicurano, è suppergiù lo stesso. D'altronde, coi tempi che corrono, è alla sostanza che bisogna guardare. Magari anche a quella della Fao.

Così facendo, però, si va necessariamente a parare sui numeri. Scopriamo allora che sul bilancio 2008-2009 di 784 milioni di dollari, la spesa totale per le iniziative contro la fame e la povertà ammonta a "ben" 12,1 milioni (fonte: Centimetri.it), ovvero uno "stellare" 1,5 per cento. Forse non ha torto chi il suo motto, "Food for all", l'ha ribattezzato "Food for Fao". La vasta e composita pletora di delegati appartenenti a questa ennesima ed assai poco casta Casta - ma quante sono. - vezzeggiata in un bailamme di sprechi a spese dei Paesi donatori, cioè di Pantalone, gode infatti di impensabili privilegi.

Apprendiamo di Champagne e distillati d'annata, essenze up to date ed abbigliamento grandi firme in costante giacenza nel duty free della Fao, presso le Terme di Caracalla, pronti per lo smercio alle centinaia di diplomatici e dirigenti. Che possono pure rifornirsi di carburante nel distributore interno a prezzi di particolare favore(ora più che mai) per scorazzare lungo le vie della Città Eterna immuni da qualsiasi multa.

Se poi l'auto intendono comprarla - altro esempio tra i tanti possibili - il passaporto diplomatico dei dipendenti Fao concede loro di acquistare modelli di lusso col 40 per cento di sconto ed assicurarli per un tozzo di pane. Guarda caso, lo stesso che non riescono ad assicurare ai loro popoli. Che in preda ai crampi di pance sempre più vuote rimarrebbero un po' così sapendo che oltre i due terzi del denaro orbitante intorno al pianeta Fao se ne vanno per sedi, stipendi, collegi vip, corsi di golf e trattamenti fiabeschi ai delegati. Tipo la Suite Royal all'Hotel Parco dei Principi, con salone privato da 200 mq, idromassaggio e bagno turco computerizzati. Probabilmente simile a quella dove l'altra sera è sbarcato - tra i 600 ed i 900 euro a notte - il "compagno Bob", alias Robert Mugabe, da quasi trent'anni impresentabile padre-padrone dello Zimbabwe, un tempo granaio d'Africa, e dove invece oggi, grazie alla "cura" dell'ex guerrigliero marxista, la produzione di frumento è crollata del 90 per cento.

"Mugabe è il responsabile della fame di cui soffre il suo popolo. Ha sempre usato gli aiuti alimentari a fini politici. Il fatto che partecipi ad una conferenza sulla sicurezza alimentare e francamente osceno." Parole - anzi, pietre - del ministro degli Esteri australiano, Stephen Smith. Certo, chi il coraggio non ce l'ha, non se lo può dare, ma chi ne possiede almeno una spolverata può, anzi deve parlare e possibilmente agire per interrompere lo scempio globale di cui il "compagno Bob" è paradigma indiscusso, ma non isolato. Perché piccoli Mugabe crescono ovunque, anche dalle nostre parti. E' dunque ora che i ricchi facciano beneficenza davvero e a chi serve. Ma anche, vivaddio, che la beneficenza smetta di fare i ricchi.

Giorgio Colomba

1 commento:

Anonimo ha detto...

la peggio casta: quella che specula sui disgraziati