sabato 3 gennaio 2009

IL MONDO CHE CAMBIA:LO YUAN CINESE STA PER SOSTITUIRE IL DOLLARO


di Maurizio d'Orlando

Pechino lancia l’esperimento di usare lo yuan come valuta di riserva nei rapporti con 8 Paesi.

Gli esportatori cinesi chiedono di fatturare in yuan a non in dollari, perché la moneta Usa perde valore. Ma la Cina deve rivedere il suo modello di sviluppo, troppo ispirato al mercantilismo settecentesco.
Milano (AsiaNews) - Mentre i commenti degli osservatori economici sono concentrati su quanto avviene sul debito pubblico americano e sui mercati finanziari d’oltreoceano, nel mondo dell’informazione sono invece molto più rari i riferimenti a quanto avviene in Asia, quasi che non vi fosse una forte corrispondenza tra i due fenomeni. Ad un forte accumulo di riserve valutarie in Cina, in Giappone ed in tutta l’Asia è, viceversa, logico che corrisponda un livello senza precedenti di emissione di dollari, la valuta di riserva mondiale.
Ma anche l’Asia comprende ormai che l’incremento dell’emissione monetaria diminuisce il valore intrinseco di una valuta. Per questo la Cina sta tentando un possibile e razionale tentativo di sganciamento delle valute asiatiche dal dollaro. È quanto testimoniano alcune recenti notizie d’agenzia
[1].
In pratica la Cina sta tentando di rendere convertibile la propria moneta e di darle un ruolo come valuta di riserva. L’esperimento è dapprima limitato alle transazioni tra Hong Kong e le provincie limitrofe. Viene anche proposto per l’uso dello yuan renminbi per 8 Paesi confinanti tra cui la Russia. Con tali paesi sono stati già siglati accordi che prevedono il regolamento dei saldi reciproci in valuta cinese. Forse non è un caso che la notizia sia stata data il giorno di Natale, quando i mercati occidentali sono chiusi e quindi è minore l’impatto sull’informazione e sul dollaro. Inoltre le prime settimane di gennaio sono di solito piuttosto tranquille. Se ne può dedurre che seppure per ora la sperimentazione sia limitata, la Cina si appresta a stabilire la piena convertibilità della propria valuta verso tutte le altre monete. Molti in Cina si sono espressi direttamente o indirettamente in tal senso: ad esempio Wu Xiaoling, ex vice governatrice della banca centrale, e Zhao Xijun, professore di finanza all’università cinese Renmin. Anche l’attuale governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, all’inizio di dicembre ad Hong Kong aveva dichiarato che, se il valore del dollaro fluttuasse in maniera drastica, il suo impiego come valuta di regolamento (delle transazioni commerciali) causerebbe problemi. È evidente che gli esportatori cinesi, dietro le quinte, chiedono al governo di poter fatturare in yuan e non in dollari, che perdono valore. Altri avvertimenti sono venuti a metà dello scorso dicembre: l’aumento degli acquisti di titoli del Tesoro americano non deve far supporre che gli Usa possano farsi finanziare una soluzione all’attuale crisi finanziaria
[2]. Infine lo scorso 1° gennaio un noto economista cinese, Wu Jinglian, ha scritto che la Cina deve cambiare il proprio modello di sviluppo[3], con riferimento al paradigma di una crescita economica trainata dalle esportazioni. Notiamo, per inciso, che anche il Papa, che ovviamente ha soprattutto responsabilità pastorali, ha affermato che il mondo deve cambiare il modello di sviluppo[4] (“Siamo disposti a fare insieme una revisione profonda del modello di sviluppo dominante, per correggerlo in modo concertato e lungimirante?” ha affermato Benedetto XVI).
Verso la piena convertibilità dello yuan
Se, dopo un periodo di rodaggio, la Cina rende convertibile la propria moneta, la conseguenza è che i paesi importatori dovranno dotarsi di riserve di yuan renminbi. Per dotarsene, le banche centrali di tutto il mondo dovranno quindi disinvestire soprattutto da attivi in dollari e titoli del Tesoro americano. L’euro ha infatti un ruolo abbastanza limitato nell’interscambio asiatico. In tal caso si innescherebbe la crisi valutaria originata dalla forte ed artificiale sottovalutazione del tasso di cambio dello yuan di cui abbiamo già scritto in passato
[5]. L’intenzione dei vertici cinesi è proprio di correggere tale sottovalutazione, di cui sono perfettamente consapevoli. L’organo del Partito Comunista Cinese, il People’s Daily, sintetizza il pensiero del ministro del commercio estero cinese, Chen Deming, con la discutibile affermazione che la Cina non intende promuovere le esportazioni mediante il deprezzamento della (propria) valuta[6]. Sarebbe stato più corretto affermare che non intende più farlo, visto che è quello che è stato fatto dal 1° gennaio 1994 quando la valuta cinese fu svalutata in termini reali di circa il 55 %. Gli imprenditori occidentali ed in primo luogo americani, attratti da salari al limite della sussistenza e da una manodopera priva di diritti, al limite della schiavitù, hanno finanziato la trasformazione del paese da un’economia stalinista. Da essi sono venuti l'80% degli investimenti. Il tipo di sviluppo industriale intrapreso ha puntato a massimizzare i profitti nel più breve tempo possibile ed ha comportato perciò un forte dispendio di risorse e cioè di manodopera e materie prime. Oggi, quindi, le linee di produzione sono state in gran parte trasferite in Cina. Chen Deming afferma che se America ed Europa non sono in grado di pagarci, continueremo la nostra espansione esportando verso paesi emergenti come India e Brasile.
I problemi del mercantilismo
Con tutto ciò non è che i problemi della Cina siano finiti. Nelle parole di Chen Deming ed in buona parte della dirigenza cinese non vi sono segni che alludano a tentativi di porre rimedio ad un altro squilibrio che è al cuore della crisi finanziaria mondiale. La globalizzazione, cioè l’abbattimento delle tariffe doganali, non può che produrre degli squilibri se alcuni Paesi fanno conto su una crescita trainata dalle esportazioni e proteggono il mercato interno mediante barriere non doganali di varia natura. Ad AsiaNews avevamo già notato nel 2004
[7] che questa distorsione nel cambio comporta un forte scompenso nell’uso delle risorse. Con un Pil – Prodotto interno lordo – (a prezzi correnti) nel 2003 pari ad un po’ meno del 4 % di quello mondiale ed il 20 % della popolazione del pianeta, la Cina consumava il 31 % del carbone, il 30 % del minerale di ferro, il 27 % dell'acciaio, il 25 % della allumina, il 40 % del cemento. Nel 2007 la percentuale cinese del consumo mondiale è ancora aumentata: per il carbone era il 41,3 %, più del 50 % per il minerale di ferro, per l’acciaio il 34 %, oltre il 33 % per l’allumina e più del 50 % per il cemento. Nelle parole di Chen Deming si rivela, in altri termini, la persistenza nelle autorità cinesi di una concezione degli scambi internazionali immutata rispetto al mercantilismo europeo del settecento: la ricchezza delle nazioni è data dalla quantità d’oro e d’argento tesaurizzata. Per comprendere quanto possa essere devastante tale concezione basta un esempio. Secondo un “lancio” dell’agenzia Dow Jones Newswire (19 novembre 2008) la banca centrale cinese stava considerando di incrementare le proprie disponibilità d’oro da 600 tonnellate a 4.000[8]. Ai prezzi correnti 3.400 tonnellate d’oro corrispondono ad appena 95 miliardi di dollari a fronte di una disponibilità a fine ottobre di 652,9 miliardi di dollari di titoli del Tesoro americano per un totale di riserve valutarie cinesi superiore ai 2.000 miliardi di dollari. Si tratta di voci del tutto non confermate. Se la Cina intendesse tesaurizzare in oro tale somma il prezzo del metallo giallo schizzerebbe alle stelle, ma il benessere della sua popolazione rurale e dei lavoratori migranti non ne guadagnerebbe molto.
Speriamo non prevalga in Cina tale visione economica mercantilista. Scrive Wu Jinglian sulla rivista cinese “Caijing“: “Senza questa trasformazione [da un modello di crescita trainato dalle esportazioni ad uno basato sul fabbisogno interno]
[9] la Cina non potrebbe risolvere i problemi causati da un eccessivo consumo di risorse naturali o dall’inquinamento ambientale o dai troppi investimenti [in capitale fisso, impianti e macchinari] ed insufficienti consumi interni o dal problema nel settore finanziario [le banche cinesi].”

venerdì 2 gennaio 2009

PROSEGUE SENZA SOSTA L'ATTIVITA' POLITICA, D'ANNA PRESENTA INSIEME AL GRUPPO DI A.N.-PDL UNA MOZIONE SULLA PROBLEMATICA DELLA SLA

Oggetto: Mozione sull’“Autorizzazione a rimborso spese e assistenza ai malati SLA”

L’ASSEMBLEA LEGISLATIVA DELLE MARCHE
Premesso:

Che la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni, cioè le cellule nervose cerebrali e del midollo spinale, che conduce progressivamente alla paralisi, mantenendo intatte tuttavia le funzioni cognitive, sensoriali, sessuali e sfinteriali (vescicali ed intestinali);

Che generalmente si ammalano di SLA individui adulti di età superiore ai 20 anni, di entrambi i sessi, con maggiore frequenza dopo i 50 anni.
Che In Italia si manifestano in media tre nuovi casi di SLA al giorno e si contano circa sei ammalati ogni 100.000 abitanti con un impatto sociale estremamente forte.
Che al momento non esiste una terapia capace di guarire la SLA; attualmente esiste un solo farmaco, il cui principio attivo, costituito dalla molecola rhIGF-1-rhIGF-1BP3 è in grado di rallentare significativamente l'evoluzione della malattia e di migliorare sensibilmente la qualità della vita per cui rappresenta, allo stato, la cura più appropriata oggi esistente;
Che il problema della terapia a base di IGF-1 è rappresentato dalla scarsa reperibilità del farmaco sul mercato mondiale, in quanto è prodotto da pochissime case farmaceutiche e richiede, trattandosi di biotecnologie, costi molto elevati e tempi lunghi. In particolare, la casa americana INSMED lo produce e lo vende, su richiesta, solo allo Stato italiano mentre non effettua vendite ai privati (per quanto, a causa dell'elevatissimo costo, sarebbe accessibile a pochi);
Che L'Agenzia Italiana del Farmaco non reputa che al momento vi siano i presupposti per fornire gratuitamente, a carico del SSN, i farmaci a base di tale principio attivo e così molti pazienti sono stati costretti a rivolgersi alla magistratura;Che il Decreto Ministeriale 279/2001 imponeva alle Regioni, entro 90 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale n. 160 del 12.07.2001, l’individuazione di particolari Presidi o Centri Ospedalieri preposti al riconoscimento delle patologie rare elencate nel decreto medesimo, a cui i pazienti potessero avere accesso per una rapida diagnosi, certificazione della malattia, erogazione delle prestazioni sanitarie, monitoraggio e possibili cure della patologia.
Considerato che la Regione Marche con delibera G.R n.889 del 21/05/2002 ha individuato, in sede di prima applicazione, l’ospedale “Salesi” (età evolutiva) e l’Azienda ospedaliera “Umberto I - Torrette” (età adulta) di Ancona quale Centro interregionale di riferimento per le malattie genetiche e/o rare per la prevenzione, la sorveglianza, la diagnosi e la terapia delle malattie rare;

Considerato inoltre che tali Presidi della Rete marchigiana hanno come compito quello di orientare altresì le strutture interessate operanti all’interno del sistema regionale sanitario e il cittadino per ottimizzare il percorso diagnostico terapeutico ed assistenziale in materia


SI IMPEGNA A
1) a riconoscere nei protocolli e nella possibilità di rimborso il diritto alla cura e all’assistenza ai soggetti affetti da Sclerosi Laterale Amiotrofica;
2) a stabilire l’impiego delle risorse per realizzare tipologie di intervento innovativo a carattere sperimentale, a carico del fondo sanitario regionale, finalizzate al miglioramento quali-quantitativo dell’assistenza garantita alle persone affette da SLA;
3) a erogare con frequenza flessibile un voucher socio-sanitario per cure domiciliari, senza limiti di reddito né di età dell’assistito, a favore di persone affette da SLA e/o che si trovano nella fase terminale della vita, con particolare attenzione alle terapie del dolore;
4) a erogare credit, forma di intervento simile al voucher che prevede un piano di assistenza individualizzato per il paziente, per cure domiciliari senza limiti di reddito né di età dell’assistito, a favore delle persone sopra indicate;
5) A erogare un contributo mensile di € 500 alle famiglie residenti nelle Marche con un componente affetto da SLA in situazione di non autosufficienza o in una fase di attività sociale fortemente inibita. Il contributo è destinato al familiare-care giver che quotidianamente svolge attività di aiuto e supporto alla persona in situazione di grave fragilità per la cura del sé, l’igiene personale, l’alimentazione e la mobilizzazione;
6) A garantire il ricovero di sollievo per le persone affette da SLA su posti letto già accreditati presso le Residenze Sanitarie Assistenziali per anziani (RSA) e Residenze Sanitarie Assistenziali per disabili (RSD), con oneri totalmente a carico del Fondo Sanitario Regionale.

giovedì 1 gennaio 2009

UN BUON INZIO,FINALMENTE SI PONE FINE AD UN ABUSO



INPS: DA OGGI ASSEGNO SOCIALE SOLO AI RESIDENTI DA 10 ANNI
ROMA, 1 GEN - Da oggi, primo gennaio, per avere diritto all'assegno sociale occorre aver soggiornato legalmente e in via continuativa in Italia per almeno dieci anni: con l'ingresso del nuovo anno entra infatti in vigore la norma introdotta dalla 'manovra' di questa estate, secondo la quale diventa necessario l'ulteriore requisito costituito dal soggiorno legale, in via continuativa, per almeno 10 anni nel territorio nazionale per avere diritto alla prestazione assistenziale. La nuova normativa interessa sia i cittadini italiani sia gli stranieri equiparati, e conferma i precedenti requisiti richiesti, vale a dire la residenza effettiva, stabile e continuativa, il requisito economico, la cittadinanza o il possesso dell'idoneo titolo di soggiorno. In una circolare inviata alle strutture periferiche dall'Inps si ricorda, infatti, che hanno diritto all'assegno sociale i cittadini italiani ed equiparati (extracomunitari titolari di permesso di soggiorno, cittadini comunitari iscritti all' anagrafe del Comune di residenza, rifugiati politici o sotto protezione sussidiaria) che abbiano compiuto il sessantacinquesimo anno di eta', risiedano effettivamente e abitualmente in Italia e possiedano redditi sotto i minimi previsti dalla legge. L'Inps ricorda che l'accertamento della residenza decennale rappresenta un elemento costitutivo del diritto alla prestazione assistenziale ma, anche, ''per il mantenimento dello stesso''. (ANSA) -

FINO AD OGGI PERSONE EXTRACOMUNITARIE VENIVANO IN ITALIA,DOPO UN ANNO DI RESIDENZA RICHIEDEVANO L'ASSEGNO SOCIALE E POI SE NE TORNAVANO NEL LORO PAESE DI ORIGINE A GODERSI MENSILMENTE I NOSTRI QUATTRINI.