giovedì 3 giugno 2010

Celebrazioni di Matteo Ricci: Non dimenticare i Dititti Umani



D'Anna: il padre Gesuita oggi sarebbe visto come un dissidente e arrestato.

Se padre Matteo Ricci fosse vivo, e in Cina,in questi giorni sarebbe probabilmente finito in galera come accade ai tanti attivisti e dissidenti che vorrebbero celebrare il 21esimo anniversario del massacro di Piazza Tienanmen del 4 giugno 1989 che ricorre domani.

In questi giorni, infatti, in Cina continuano arresti e “sparizioni temporanee”mentre alcuni protagonisti delle manifestazioni del 1989 restano a marcire in galera.

Da una parte galera e repressione, dall'altra feste e banchetti per celebrare il nuovo impero cinese a Shangai nella speranza che coi cinesi si concluda qualche affare. Un conto è la ricerca di nuovi mercati, altra cosa e chiudere gli occhi di fronte ai crimini vecchi e nuovi perpetrati dal regime cinese anche in funzione dello sviluppo economico come testimonia il lavoro forzato nei Laogai.

E allora se si crede veramente nella figura di Padre Matteo Ricci, tra un brindisi e l'altro, tra un contratto e l'altro sarà opportuno sollevare la questione del rispetto dei Diritti Umani in Cina.

In caso contrario il ricordo di Padre Matteo Ricci potrebbe sembrare solo e semplicemente una “trovata” commercial-pubblicitaria che niente ha che fare col “dialogo tra le culture” com'è stata definita dal Papa la missione del Padre Gesuita.

mercoledì 2 giugno 2010

Le Madri di Tiananmen chiedono al governo che parli sul massacro



Lettera aperta dei familiari degli uccisi nel massacro del 4 giugno 1989. Il Partito non risponde e attende che essi “muoiano” per sbarazzarsi del problema. Con l’avvicinarsi dell’anniversario, le famiglie sono sottoposte a controllo, isolamento, blocco del telefono, di internet e della posta.


Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Le famiglie degli uccisi nel massacro di Tiananmen (4 giugno 1989), domandano a Pechino di rompere il silenzio e aprire con loro un dialogo sulla violenza operata dal governo.

Come ogni anno, all’avvicinarsi dell’anniversario, un gruppo di 128 membri dell’associazione Madri di Tiananmen, ha diffuso una lettera aperta in cui si critica la leadership per non voler ascoltare le loro richieste di aprire un dialogo franco e aperto su quanto avvenuto la notte fra il 3 e il 4 giugno 1989. “Le autorità comuniste – dice la lettera – dovrebbero ascoltare la nostra voce, eppure non c’è alcuna risposta… Forse che davvero essi attendono che noi ci consumiamo, che moriamo, così che il problema sparisca?”.

Da aprile al giugno ’89, fino a un milione di giovani, operai, contadini, hanno manifestato in piazza Tiananamen domandando la fine della corruzione e la democrazia. La notte fra il 3 e il 4 giugno l’esercito cinese è intervenuto con carri armati e armi da fuoco per “liberare la piazza”, occupata ormai da mesi. Centinaia e forse migliaia di giovani sono stati uccisi o stritolati, altri colpiti nelle vie adiacenti alla piazza. Per il Partito comunista, il movimento è stato una “ribellione controrivoluzionaria”, pur essendo stato un movimento non violento.

Con l’andare degli anni, di fronte alle critiche delle Madri di Tiananmen, che domandano la revisione del giudizio sui loro figli da “controrivoluzionario” a “patriota”, il governo ha fatto valere l’interpretazione del “male minore”: la soppressione del movimento dell’89 è stata necessaria per portare alla Cina tutto il benessere di oggi.

La lettera invece afferma: “Dal sangue e dalle lacrime, siamo giunti a capire che il 4 giugno non è solo un male per ogni famiglia, ma per l’intera nazione”.

Il gruppo chiede anche la fine della persecuzione contro i suoi membri. Ormai, per periodi sempre più lunghi durante l’anno, le famiglie sono seguite da poliziotti, isolate e controllate a casa, i loro telefoni tagliati, le connessioni internet azzerate, la loro posta requisita.

martedì 1 giugno 2010

TUTTI A BRINDARE NEL RICORDO DEL MASSACRO DI TIENANMEN.



In questi giorni si tiene a Shanghai, in Cina,l'Expo 2010, Governi, Regioni, Istituzioni nazionali e internazionali tutti in Oriente a omaggiare e ossequiare il regime Cinese per i progressi ottenuti. Poco conta se quel progresso è macchiato di sangue e sofferenza. Poco conta se quei risultati economici si sono ottenuti grazie allo sfruttamento dei lavoratori cinesi, alle materie prime rubate al Tibet occupato, al petrolio sottratto al Tukestan Orientale anch'esso occupato e represso , al business dei trapianti d'organo. Poco conta. Quello che conta è il business. Così come in passato nell'anniversario dell'occupazione del Tibet si organizzarono le Olimpiadi per coprire il crimine, nei giorni in cui si dovrebbero ricordare i massacrati di Piazza Tienanmen (3e4giugno) si organizzano party e si brinda all'Expo di Shangai. Un brindisi per coprire i crimini .Non una parola non un ricordo delle vittime. Che faccia finta di non ricordare il regime cinese, ci sta. Non si mai visto il massacratore commemorare i propri crimini. Che facciano finta di non ricordare l'Occidente e tutti i Paesi dell'ONU sempre pronti a menzionare la Dichiarazione universale dei Diritti Umani quando fa comodo, è gravissimo.
Questo non vuol dire che con la Cina non bisogna commerciare. Ma “calare le braghe” in nome del business oltre a non essere giusto non è nemmeno dignitoso. Se noi abbiamo bisogno della Cina è altrettanto vero che la Cina ha bisogno di noi. Far finta di non sapere forse aiuterà governi e imprenditori a fare affari e creare l'illusione che il business con la Cina ridurrà gli effetti della “crisi” ma non aiuterà le genti del mondo ad avere la minima speranza per un futuro migliore se i furbi, i farabutti e i criminali vengono acclamati e le vittime dimenticate.